Se l’Occidente non va a sinistra è tutta colpa della cultura di massa?
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Raffaele Simone traccia un quadro sinistro e senza uscita della realtà in cui viviamo, la cui caratteristica principale è quella di essere una moderna, ipermoderna, società di massa. La cultura che vi regna? Una degradata cultura di massa, in cui si mischiano industria culturale e trash, merci e spettacolo, divertimento forzato e materialismo.
“In nessun paese la sinistra ha saputo prevedere, e tanto meno governare, la nascita di quella sorta di ‘dispotismo culturale’ in cui viviamo da più di un ventennio e che ci iviluppa ormai nella sua rete. Non è la sola negligenza, ma è una delle più gravi. Si riferisce infatti a un sistema gestito da conglomerati multinazionali e da centri mondiali di potere finanziario, incentrato sui consumi, l’ubiquità dei media e l’entertainment, su continui appelli alla volontà del popolo e un generico bisogno di religione e di spiritualità.”
Il tutto sulla scia della concezione della modernità quale processo pervasivo e dolce, attraente e semplificatorio, secolarizzante e inarrestabile, che mette i giovani al centro della società, chiude il futuro, sostituisce alla lettura il guardare (e soprattutto il guardare schermi), e al quale le tecnologie digitali hanno dato un contributo potentissimo nel rendere indistinguibili il vero e il falso. Sembra che destra e sinistra abbiano subito entrambe senza reagire il trionfo della modernità di massa, anche se è solo la destra a trarne vantaggio elettorale. Non riuscendo a opporsi a questa realtà che ha schiacciato ogni valore, ogni gerarchia, ogni tradizione non per consegnarci tutti a un mondo migliore ma per gettarci inermi nelle braccia dei reality show e delle merci, la destra (non quella sociale) ha realizzato la sua vera essenza e può dirsi felice, mentre la sinistra ha abdicato a ogni possibilità di affermarsi come sinistra: si è edulcorata, annacquata, scolorita fino a risultare indistinguibile dalla parte avversa.
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Tra Hegel e francofortesi, e con il ritratto benedicente di Pasolini, il consumo si fa leggere come astuzia della storia più che come fenomeno sociale che si è affermato nella società dei consumi. La stessa cosa vale per le televisioni: che sfornino robaccia inguardabile è assodato. Ma attribuire a quelle e ai reality lo statuto di causa di tutte le nefandezze della realtà attuale significa esaltare il potere di quei mezzi e di quelle brutte trasmissioni. La sopravalutazione della televisione trascura il grande spazio che ha nella vita dei più giovani un altro mezzo di comunicazione: Internet. E contemporaneamente svaluta le altre agenzie educative: famiglia, scuola, associazioni delle quali si fa parte, gruppi di lavoro, gruppi locali. In tutte queste aggregazioni (volontarie o naturali) l’individuo viene socializzato alla realtà: gli si insegnano regole, gli si trasmettono valori, gli si indicano ideali da seguire e principi a cui conformare la propria vita.
Questo post è stato pubblicato il Giugno 8, 2008 alle 12:06 pm ed è archiviato in re@l trip con i tag 13 14 25 aprile 2008, all music, antropologia, beppe grillo, berlusconi, blister, current tv, democrazia, elezioni politiche, facebook, identità, lastfm, libertà, linkedin, livejournal, myspace, netlog, orkut, rutelli, second life, social media, sociologia, tbtv, twitter, ugc, v-day, vaffanculo, yks, zen. Puoi seguire i commenti a questo post con il feed RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta, o mandare un trackback dal tuo sito.
