Archivio per informatica

Dal sito personale al mash-up dell’identit

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La nostra identità online è composta di frammenti sparsi tra gli account di posta elettronica, social network e le più disparate applicazioni Web 2.0. Vediamo come realizzare un “punto di aggregazione” centralizzato


ViteRe@li -> gli opinionisti

Posted in Attualità ed Attivismo, Web e Comunicazione with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 febbraio 2009 by realuca

Qualche becera domanda a bruciapelo

1. Quanto tempo passi in rete?
2. Più ora o più in passato?
3. Come hai pensato di attrarre l’attenzione nel caleidoscopio della rete?
4. Come sono le persone della rete quando le incontri dal vivo?
5. Cosa ti aspetti dal tuo Myspace? Essere notato/a da chi?
6. Grazie al web, hai mai chattato o avuto scambio di mail con vip?
7. Qual è la ragione principale per cui usi internet?

Cyber Identity -> Siamo la generazione C: Connessi tutti, ovunque, sempre.

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Leggi il post originale da comunitazione

Community

E’ la parola che compare a ogni piè sospinto a proposito di social. Tutto è social. Pure l’intelligenza: la soluzione del problema dell’evoluzione della mente sta tutta racchiusa nel paradigma del social. Si fissano a livello genetico, cioè, tutti i comportamenti che hanno avuto successo nell’adattamento all’ambiente dell’individuo e della comunità cui questo individuo appartiene, attraverso una specie di introiezione dei meccanismi di apprendimento sociale (comportamento imitativo, comportamento intelligente). Questo fu l’approdo di Baldwin che col suo effetto propose : un modello per coniugare il problema dello sviluppo delle attività cognitive (linguaggio) con quello di nuove capacità etiche (società). L’effetto Baldwin spiega qual è la relazione tra corredo genetico, comportamento e influsso dell’ambiente; qualche quota comportamentale è sotto il controllo dei geni. Abbiamo poi la parte di comportamento che è sotto il controllo sociale: molti comportamenti sono il frutto di una trasmissione sociale, cioè dipendono in tutto e per tutto dalla cultura, dalla comunità di appartenenza. Questo spiega il  meccanismo darwiniano. Ma come possiamo introdurre in questo meccanismo un’ipotesi che spieghi il ruolo che ha il comportamento nel modificare la costituzione genetica? Parlando di intelligenza e linguaggio, l’idea è che inizialmente il controllo dei geni sul comportamento, nella nostra specie, era relativamente basso , l’uomo è una specie di primate non specializzato e questo significa che il nostro comportamento dipende più dall’esperienza che non dalla conformazione genetica. Poi però, alcuni di questi comportamenti si rivelano molto più vantaggiosi di altri, avendo un alto ritorno, ad esempio quello di sviluppare la Comunicazione sociale: ecco allora che i primati rendono sempre più “innati” certi atteggiamenti che poi diventano istinti. Si sviluppano quindi “istinti sociali”; comportamenti comunicativi  diretti al benessere della Comunità. Questi comportamenti sociali creano legami all’interno del gruppo, coalizzandolo e migliorandone le possibilità di sopravvivenza. Questo tipo di sistema diventa “istintivo”, cioè a questo punto viene tramandato geneticamente, ma non perché quel comportamento sia stato assimilato direttamente dai geni, ma perché la comunità che attua quel comportamento sociali risulta più forte rispetto ad altri gruppi  con i quali entrerà in competizione e conflitto. Anche il controllo diventa più automatico e  dunque attraverso questo meccanismo, acquisiamo senza sforzo quello che i nostri antenati hanno ottenuto con grandissimo sforzo! E proprio il comportamento distribuito fa di noi una comunità che automatizza certe scelte: pensiamo a quanti brand sono il fulcro di aggregazione di fan (Apple, Diesel, Pampers, Ray-Ban, Lego etc). Forse oggi il termine Community compare quasi tanto quanto quello viral, ma il primo richiede una diversa serie di obiettivi e di strategie e tecniche di rilevazione dell’efficacia : tutti i fan sanno di far parte di una comunità ruotante attorno al brand che permette loro più o meno di stare in relazione e non solo. Facendo parte di social network essi sanno di essere all’interno  di una community più ampia: pensiamo a twitter e alla quotidianità del gesto che ci collega agli altri utenti in un qualsiasi momento della vita reale. Il punto di partenza per ogni comunità sta nel trovare una nicchia che è stata sino a quel momento non soddisfatta  e  servire quella  comunità  meglio di chiunque altro. Per esempio Crea è una comunità nata intorno a CREA INTERNATIONAL con un approccio al brand design metodologicamente e filosoficamente teso a dar vita al linguaggio al valore e allo spirito del brand stesso all’interno dello spazio. E la community  nasce con un servizio molto semplice: Ning senza dover ricorrere a investimenti in infrastrutture “pesanti”. Va da sé che si possono aggiungere soluzioni anche più costose ma tutto rientra nello spirito della community. Che non deve perdere mai di vista  l’obiettivo non secondario di costruirsi anche per la ricerca di consumatori e, perché no, con un’attenzione alla valorizzazione delle idee: penso ad un gruppo della community esclusivamente  creato “intorno alle idee” magari in seno alla community che è creata intorno a un brand , a un servizio, ai consumatori .. Se poi alla community aggiungiamo il valore aggiunto del supporto di cause sociali, allora il gioco è fatto. Oggi siamo attenti al Green, all’aspetto Social del brand tanto per richiamare con un semplice messaggio una sorta di buzz tra cittadini e istituzioni. Pure siamo sempre più attenti al  brand awareness che associa il brand ad una causa sociale: esso innanzitutto assume una forte connotazione distintiva agli occhi del target a cui è destinato e le associazioni “forti” “uniche” e “favorevoli” migliorano la percezione del cosiddetto user -profile ( Keller 2002). Quello del Prodotto-Causa diviene un link strumentale al consumatore e alla sua attenzione verso un brand socialmente impegnato valorizzando l’aspetto etico e sociale anche negli acquisti quotidiani.

Content
A questo punto si impone la riflessione sul Content. Contenuti di qualità sono un ottimo modo per attirare le persone che sono necessarie per formare l’inafferrabile comunità che si spera di creare intorno al vostro  marchio . E relativamente alla community nascente tre dovrebbero essere le domande da porsi:
  1. Da dove proviene il contenuto  ?
  2. Il contenuto prevede indiscutibile valore?
  3. Può un flusso regolare di contenuti di qualità essere mantenuto?

Context
Contesto significa capire come venire incontro alle richieste delle persone per soddisfarle con la giusta esperienza e al momento giusto. Applicazioni ben progettate applicazioni e con svariate funzionalità hanno maggiore opportunità di esprimere il contesto. Penso alla mia community su Fb e al mio iPhone.
Contesto significa investire tempo nel conoscere come gli utenti vorranno
impegnarsi all’interno della loro comunità  consentendo loro di farne realmente esperienza.
E siamo al fattore determinante: C come Connettività.
Le community proliferano e difficile è misurarne le attività: non si tratta di valutare la comunicazione di massa ma le micro interazioni. progettare esperienze che supportino migliaia di micro interazioni significhrerebbe aver trovato la pietra filosofale.
Comunità potrebbe essere, in teoria, il nuovo CRM ma ciò richiede alle persone di esserne cosciente e di autocontrollarsi. Altre comunità offrono servizi di moderazione e a quel punto è  necessario esser preparati ad accogliere gli “ospiti”.
Una considerazione speciale va fatta sul valore aggiunto di una Community : la sua continuità nel tempo. Una contuinuità attenta alle evoluzioni delle esigenze degli utenti è essa stessa sempre in evoluzione. Può essere davvero sostenibile allora il concetto del connecting people.

Dimmi come navighi e ti dirò chi sei

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Le teorie darwiniane sull’evoluzione potrebbero essere applicate anche all’HOMO Technologicus, come qualcuno scherzosamente lo chiama, ovvero tutta quella parte di umanità che, volente o nolente, si è adattata con maggiore o minore successo alla navigazione in rete e all’utilizzo dei nuovi dispositivi tecnologici.Tutti i navigatori possono rientrare nella macrocategoria degli “Internauti” ma, com’è facilmente immaginabile, non tutti riescono ad avere un approccio corretto ed efficace con la rete.La sempre attenta ICTV ha riassunto simpaticamente in un video le cinque principali categorie di internauti:

1. Onnipresenti (i navigatori che non resistono alla tentazione di iscriversi a tutti i nuovi servizi che il web può offrire per la soddisfazione di risultare ovunque, manifestando in tal modo la propria presenza);

2. Guru (gli appassionati di scienza e conoscenza che cercano informazioni in rete ma non amano particolarmente interagire con gli altri);

3. I wanna be (categoria composta principalmente da bloggers che si sforzano di ritagliarsi uno spazio di celebrità su internet),

4. Spendi e spandi (coloro che usano il web principalmente per effettuare acquisti e seguono con interesse quasi ogni tipo di offerta commerciale disponibile sul mercato);

5. Le vittime del Web (categoria in cui rientrano i meno esperti, costretti a navigare principalmente per lavoro o altre necessità).

Wewired.it: l’aggregatore delle idee in rete per WIRED Italia

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Leggi il post originale da key4biz

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Nasce oggi la seconda fase della presenza in rete di WIRED.
Wewired.it è la piattaforma digitale sviluppata per tenere traccia di tutti i dibattiti, i post e i commenti che riguardano WIRED Italia, rendendoli così fruibili alla comunità online cresciuta intorno alla ‘‘fabbrica’’ del nuovo mensile, in edicola con il primo numero il prossimo 19 febbraio. Da oggi Wewired.it diventa l’aggregatore delle conversazioni online che si snodano intorno al mondo WIRED, offrendo alla comunità che si riconosce nelle pagine della rivista un punto di vista
privilegiato sulle news, i dibattiti e i pareri che circolano in Rete, con la possibilità per gli utenti di interagire commentando a loro volta.
‘‘Il dentro è fuori e il futuro passa attraverso le relazioni’’: in questa definizione dell’interattività e della socialità che caratterizzano la dimensione ‘‘liquida’’ del Web 2.0 c’è la chiave di lettura di Wewired.it. Alla base dell’idea progettuale, Wewired.it si propone come ‘‘esperimento partecipativo’’. Creato per essere uno strumento di dialogo e condivisione tra il Direttore di WIRED Italia, Riccardo Luna e il popolo della rete, è insieme spazio di riflessione e backstage del progetto editoriale in divenire.
Wewired.it si è evoluto diventando l’interfaccia e il punto di riferimento per i gruppi di discussione su WIRED sorti (spontaneamente) all’interno delle maggiori piattaforme di social network. Wewired.it nasce il 12 novembre, nella sua prima versione in making off, in concomitanza alla tavola rotonda ‘‘Colazione da WIRED’’, di cui è possibile fruirne un estratto dalla piattaforma digitale. Oggi, nella sua seconda evoluzione, Wewired.it prende forma e assume una fisionomia e una funzione ben precise nella logica del Web 2.0, dove risorse, informazioni, idee e progetti acquistano valore nella misura in cui divengono conversazioni che circolano, si propagano e sono condivise fuori dalle realtà da cui hanno origine.
La nuova piattaforma, inoltre, ha il compito di alimentare il coinvolgimento e il rapporto di vicinanza tra la comunità online e WIRED Italia.
In questo senso, Wewired.it terrà costantemente aggiornati gli utenti registrati sulle novità, le iniziative e gli highlights su WIRED, attraverso un widget, una piccola applicazione che sarà resa disponibile anche come software scaricabile sulla scrivania del computer o da aggiungere alle funzionalità disponibili all’interno di iGoogle e Facebook. La seconda versione di Wewired.it si presenta con una veste grafica totalmente rinnovata. Il nuovo layout, raffinato e dinamico, è pienamente coerente con la missione della piattaforma digitale, chiamata a riservare ai visitatori un’esperienza di navigazione allo stesso tempo utile ma coinvolgente, semplice ma mai banale.

Pubblicità online: tagliata la pubblicità su Facebook e MySpace

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Leggi  il post originale da affaritaliani

Le stime sulla pubblicità sui social network per il 2008 e 2009

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Non è tutt’oro ciò che è Facebook o MySpace. Se i social network sono il fenomeno del 2008, a livello pubblicitario la crisi fa sentire i suoi effetti anche su questo settore: negli Usa, dove sono maggiormente sviluppati i format sui social network, lanciati proprio quest’anno, eMarketer ha rivisto al ribasso le proprie stime sugli investimenti complessivi sui social network per il 2008, portandole a 1,2 miliardi di dollari dai precedenti 1,4 miliardi.
Ridimensionate anche le prospettive di crescita per il 2009, da 1,8 miliardi a 1,3 miliardi di dollari, quindi con un avanzamento tutto sommato piuttosto modesto rispetto all’anno in corso.
A incidere sulle aspettative non è soltanto la recessione, ma anche la crescita al di sotto delle attese dei ricavi di MySpace. Tuttavia, nota Debra Aho Williamson, analista di eMarketer, “le aziende non dovrebbero cancellare gli investimenti sui social network: in un’economia in difficoltà è più facile mantenere i clienti già acquisiti che conquistarne di nuovi, e con una spesa relativamente contenuta le società possono usare i social network per mantenere relazioni che hanno già espresso interesse per i loro brand o prodotti”.
D’altro canto, notano gli analisti, se è vero che nel 2008 e 2009 la crisi si farà sentire su tutte le forme di advertising, anche online, è ancor più vero che a soffrirne maggiormente saranno proprio i format sperimentali, che non hanno ancora avuto la possibilità di dimostrare pienamente la possibilità di generare ritorno degli investimenti.

La crescita della pubblicità online negli Usa

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A livello di singoli social network, le stime relative agli investimenti su MySpace sono state riviste da eMarketer dai 755 milioni di dollari precedentemente stimati per il 2008 a 585 milioni (-22,5%), mentre per Facebook le attese sono state portate da 265 millioni a 210 milioni di dollari (-20,8%).

Michel Gondry @ webby awards: Swede

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Due gestori di un videonoleggio rischiano di chiudere l’attività a causa di un’improvvisa smagnetizzazione di tutte le videocassette in magazzino. Come ultimo tentativo tentano l’incredibile: per accontentare un’anziana signora un po’ svitata che vuole a tutti i costi vedere Ghostbusters, decidono di girarne una versione amatoriale.. il risultato è Be Kind Rewind (febbraio 2008), film col quale Michel Gondry ha vinto un Webby Film Award avendo inventato il concetto di Swedin, pratica amatoriale di rigirare classici del cinema con mezzi estrememente ridotti, che ha generato un buzz inerrastabile nella blogosfera.

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