Diaspora del sé per il trasloco identitario

 

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Potrebbe sembrare un’ipotesi avventata, ma vivere la propria appercezione in un contesto sociale asettico è un’affermazione quantomeno inconsistente, e probabilmente l’assenza di una “consapevolezza semantica” atta a dissolvere ideologie e dogmi, potrebbe rappresentare il terreno sul quale forme di aggregazione basate sulla stereotipizzazione dentro-fuori mirino a placare visioni di singole identità. La forma aggregazione è da considerarsi un sedativo nella massima “gli errori che commetterai sono stati già commessi”; vivere l’indecibilità nella solitudine, all’occhio offuscato dell’inesperienza potrebbe costituire motivo di annichilente intorpidimento, per cui il gregario mira al giovamento di risposte a domande neanche poste.

Di sicuro non si ipotizza l’omologazione delle menti a standard culturali formalmente cristallizzati, ma l’adesione e la coerenza al gruppo rappresenta una forma di percezione del sé più rassicurante di visionarie e schizoidi sperimentazioni, perennemente in bilico tra il sogno di auspicabili prospettive e la necessità di adattarsi; la consapevolezza del gruppo mina l’integrazione col “fuori” sulla scia della costruzione di capri espiatori utili a scaricare frustrazione, paura e rabbia.

Nell’epoca in cui la percezione è fregiata da una sorta di bannerizzazione dello sguardo, una fitta trama di dissolvenze che mostrano una realtà fatta di immagini spettacolari tout court, che hanno la funzione di identificare previo indirizzo alla scelta (di consumo come di schieramento), la domanda è Come, l’emulazione di un modello egemonico, la mediazione di valori e modelli simbolici atti a contaminare la percezione, l’iconizzazione come processo culturale volto a far sembrare reale, ma anche surreale, irreale, iperreale l’oggetto della comunicazione… indirizza la costruzione del sé la quale percezione identitaria (necessaria al mantenimento dell’ordine-conflitto sociale) equivale all’accettazione nichilista di totem e feticci atti a cristallizzare lo status come fosse una cartina stradale sulle possibilità di accesso interazionale; in un epoca in cui la componente macchinica umana è resa estrema dall’automizzazione testuale, l’individuo, quale testo incosciente della propria funzione, come reagirebbe se venisse espropriato di quell’aleatoria figuratività che lo muove? Il corpo senza credenze, senza identità, vive?

Essendo la nozione di melting pot omologante obsoleta, con il destinatario della comunicazione da considerarsi attivo nella costruzione di senso, l’individuo coerente ad un’ipotetica “propria voce” come va definito? Non si tratta di un’impostazione analitica mirata alla critica sulla fruibilità dei flussi comunicativi, e di certo neanche ad una generalizzazione che fornisca una verità ontologica valida per ogni persona o, peggio ancora, per un intero emisfero del globo, ma considerare la personale vision(arietà) inconciliabile col fine comune della coesione sociale è plausibile?

E’ veramente tutto percepibile-immaginabile semplicemente perché visibile nell’immagine? e per quanto riguarda il culto liturgico del trend-indottrinante dello spettatore-consumatore? esiste conflitto tra la mente ed il corpo, sono speculari l’io latente e l’io manifesto? l’ologramma dell’identità attraverso quali “modalità” si placa per “andare avanti”? e coltivare la visione di realtà oniriche esula dal relazionarsi alla componente conflittuale che caratterizza la macchina sociale? esiste una forma di autosorveglianza? può essere considerata deviante una particolare modalità di costruzione del sé? la concezione di Padre della propria appercezione identitaria può morire in quella di Madre ricostruttrice di una mutazione che rinnega il tempo vissuto? cos’è l’innovazione? può essere vissuta la follia come caos, come natura, come uomo = cosa tra le cose? (…) Se la consapevolezza si arrestasse a quella del “manichino che tramite lo sguardo sedotto-distorto dalla sublime quanto ammiccante suggestione derivante dall’impatto visivo, che assume le movenze di una marionetta ammaliata-allucinata dallo spettacolo (della propria ombra) dal quale carpisce gli input necessari a sedare quanto basta annichilenti dubbi, e contemporaneamente a radicarsi in rassicuranti quanto fittizi dogmi aggreganti, inevitabilmente finirebbe per rappresentare lo specchio! il surrogato di ciò che l’interlocutore proietta, compiacendosi nel constatare che ciò che osserva finisce per mutare nel calcolo probabilistico di ciò che preferirebbe vedere; il lobo-automa, un auto indulgente replicante dai bisogni indotti/vincolati ad una conoscenza in pillole, il quale non si preoccupa della complessità della scelta-riflessa che lo indirizza nella percezione, bensì fiero di perseguire la propria funzione cui il cappello a cilindro gli impressiona nella pellicola sinapsoide.

La propria voce”, “l’oscuro emisfero della percezione”, “l’alter ego” è una condizione patologica, una percorso di produzione creativa, una “lucida paranoia critica”… o cosa?

Si sta parlando di sincretismi culturali, quale miscela di frammenti fluidi-in-transito di culture, di strategie “culinarie” estetico-politiche quali l’antropofagia, un processo di degustazione-deglutimento-defecazione nella prospettiva di selezione piuttosto che di assorbimento di tratti culturali altri, per una continua rielaborazione quale unico espediente per l’unione sociale; un dislocamento sensoriale atto al perenne rinnovo del meticcio, dell’impuro… un trasloco attraverso i confini interni-esterni del sé per una moltiplicazione identitaria contro teorie unificate di solidarietà organiche che si cristallizzano nel significato invalicabile di origine e autenticità.

Quesiti relativi alle modalità attraverso cui forme culturali modellino il comportamento umano, e come vengano modellate da esso, dovrebbero allontanarsi dal presupposto di forme pure per miscele culturali; anche nella metropoli, nonostante le zone marginali vengano eliminate, non esistono modelli omogenei o coerenti, bensì zone di confine, nicchie di resistenza culturalmente in movimento e ciò non implica una deculturazione tipo melting pot del soggetto invisibile o trasparente, perché chi si aggrega vive tra assimilazione e resistenza. Nonostante permangano forme di giudizio e stereotipi tra dominio e subalterni non esiste più ne il Mainstream culturale ne i ghetti, ma solo l’identità multipla che vive sulla scorta dell’adattamento; niente più universi autonomi o confini netti… tutt’al più permane una finzione utile a mantenere dignità ad un mondo interdipendente saturo di diseguaglianza, potere e dominio.

Una Risposta to “Diaspora del sé per il trasloco identitario”

  1. La mia Bibbia, per queste e per le osservazioni che a queste si succedono contigue, è “La mostra delle atrocità” di Ballard, un vero e proprio manifesto estetico della post-cultura. Buttaci un occhio!

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