Per una cultura tecnoterritoriale

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Abitiamo territori biodigitali, costruiamo oggetti sociali, progettiamo sistemi complessi, espandiamo reti relazionali, popoliamo paesaggi mediatici, agiamo sul futuro. Ma le grammatiche con cui impariamo a leggere il mondo sono datate e non ci aiutano a interpretare.

Nei primi anni Settanta, quando con il microprocessore e il DNA ricombinante s’inventava la modernità post-industriale caratterizzata dall’operatività tecnologica nel dominio del microscopico, vanno rintracciate le avvisaglie dell’epoca di cambiamento che gli Esseri Umani stanno ora attraversando. Da allora, le applicazioni concrete delle innovazioni tecnologiche che arredano la nostra quotidianità hanno trasformato radicalmente gli ambienti di vita e le forme della socialità delle collettività benestanti, introducendo necessariamente al contempo nuovi schemi di pensiero e nuove assiologie di valori: come si suol dire, negli ultimi venticinque anni dello scorso secolo il mondo è cambiato tanto quanto nei due secoli precedenti.

Dalla consapevolezza che una modificazione così profonda degli habitat umani non può rimanere esterna agli individui e alle collettività (vedi Longo, Homo technologicus), ma anzi innesca quei comportamenti sociali concreti da cui poi le persone e i gruppi traggono senso di identità e di appartenenza ai Luoghi, sorgono alcuni interrogativi relativi alle modalità stesse con cui “leggiamo” queste trasformazioni del nostro abitare i territori biodigitali, domande che dovrebbero innanzitutto riguardare riflessivamente proprio la nostra stessa capacità di interpretare la realtà in rapido mutamento. Sappiamo leggere e interpretare? Ovvero abbiamo con noi delle grammatiche aggiornate per decodificare senza troppe scommesse epistemologiche il funzionamento dei nostri ambienti di vita, per poter poi meglio decidere tutti insieme sulla qualità e sul significato della parola “ben-stare”? Stiamo indossando il giusto paio di occhiali? O, prima ancora, sappiamo di indossare un paio di occhiali, quando guardiamo le nostre città, i territori degli insediamenti umani? Se siamo stati culturalmente formati – poco – a cogliere le macro-entità del mondo industriale (ciminiere, capannoni, ipermercati, dighe), siamo oggi in grado di cogliere i segni di una modernità post-industriale fatta di manufatti miniaturizzati oppure totalmente immateriali come nelle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione?

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