Non sparate addosso alla Tv ora che diventa 2.0

Leggi il post originale da salvatoreditaranto

Ha senso parlare male della tv?

La televisione è un mezzo di trasporto (non per altro prima esisteva il Ministero dei trasporti, delle poste e delle telecomunicazioni cui era affidata) e solo per questo motivo non possiamo criticare il mezzo tout court bensì ciò che si “trasporta”, in altre parole i contenuti. Lo stesso Pasolini nelle sue “Lettere Luterane” in cui proponeva di abolire la scuola dell’obbligo e la tv scriveva “Il mio odio (…) non va contro la televisione, ma contro la televisione italiana”. Pasolini nella sua lucidità aveva intuito che la televisione non è il MALE in sé, ma che con la sua potenza può trasportare-veicolare, visioni di società che alcuni possono non condividere e modelli culturali che altri possono detestare. Per le condizioni politiche dell’epoca la televisione rappresentava uno dei mezzi di potere di un solo partito che lo stesso Pasolini avversava culturalmente, anche perché era l’unico partito che poteva usare quel mezzo e per questo si augurava un moltiplicarsi di canali in modo tale da permettere ai telespettatori di scegliere. Ha senso, quindi, sparare addosso alla tv? Non ora, non qui. Non più.

La tv 2.0

Nei mesi scorsi (anche su questo blog) si è data tanta risonanza al fatto che internet stia per superare la tv. Non è una novità per chi è più addentro alla questione: la tv si sta evolvendo. Come tutti i media sta diventando 2.0. Per cercare di dare senso a questa etichetta possiamo dire che sta diventando più democratica. Lo scrive benissimo H. Jenkins nel capito conclusivo “Democratizing television? The politics of participation” del suo “Cultura Convergente” quando accenna alla nascita di Current Tv riportando molte cose del dibattito che infiammò gli Usa nel 2004. Tra le parole più significative a riguardo sono quelle di A. Hihghfield dirigente della Bbc “la tv del futuro sarà irriconoscibile rispetto a quella odierna, non più confezionata e pianificata da dirigenti televisivi, caratterizzata non solo da canali lineari; essa sarà più simile a un caleidoscopio, con migliaia di flussi di contenuto, alcuni non più distinguibile come canali. A livello più semplice il pubblico vuole organizzare e rielaborare i contenuti a proprio piacimento. Commenteranno i nostri programmi, li voteranno, e in genere dedicheranno loro attenzione. A un altro livello, però, vorranno creare da zero quei flussi di video, con o senza il nostro aiuto”. La tv cui parteciperemo in futuro, non la vedremo soltanto: il termine esatto sarà partecipare, sarà una tv più popolata. Se era vero che prima imponeva modelli (pochi se non unici) già da oggi i modelli si moltiplicano. Il senso è che questa tv 2.0 dà spazio a chi la guarda e non li fa sentire dei meri spettatori, vuole coinvolgerli, vuole mandarli in onda, vuole farli partecipi.

re@l ha detto…

(…)
“UN GIORNO TUTTI AVRANNO DIRITTO A 15 MINUTI DI CELEBRITA’” Andy Warhol
..pod generation! era il nome che mancava a Warhol per sintetizzare il concetto. Comunque tutto vero.. il web “libera” i contenuti, ma tutti noi ben sappiamo di trovarci di fronte ad uno dei più disorientanti paradossi: siamo liberi quando ci viene “suggerito cosa fare”; la libertà è più un ideale che una necessità, e il meanstream su questo concetto (nonché sulla necessità di conservare un dato sistema economico e d’opinione) muove la propria strategia di posizionamento in relazione alla democratizzazione mediatica. La chiave di lettura, come sempre del resto, è da individuarsi nell’audience sulla scia della solita domanda: semplice marionetta o futuro burattinaio? (…) l’innovazione porta nuovo loisir o rinnovata consapevolezza?

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