Luca Garcia Sano.. romano de Madrid

Che altro non è se non l’ammissione di sterilità di re@l.. uno che dice come deve muoversi Luca Garcia Sano, triste romano de madrid.. e tutto questo per un pò di cartacce per terra!!?

In fondo vivere di prospettive e buoni propositi, col sano entusiasmo figlio dell’ambizione, è un buon punto di partenza, nella vita come in circostanze potenzialmente critiche; poi ti guardi nei movimenti quasi innaturali dell’adattamento a realtà comunque sconsociute.. e non si sta parlando del detto “la novità fa paura perchè l’abitudine è confortevole”.. e ti scontri con la saccenza squisitamente naïf di una persona che in fondo non conosci: le idealizzazioni di te stesso!
Probabilmente spesso viene a mancare quello spirito d’iniziativa necessario a vivere, fagocitando per defecare una propria way, quelle dinamiche stridenti con la propria sceneggiatura.. perchè di fatto sappiamo come interpretare le nostre reazioni a situazioni “rodate”! e già in questo si denota un profondo limite, ovvero la necessità di conoscere per non aver dubbi.. una sorta di libreria di tape che a seconda delle necessità scegli e mandi in play.
I primi tempi l’aderenza al nuovo registro è filato vagamente bene, con la positività di uno che nonostante il limite della lingua, della città, dei colleghi e delle poche relazioni (tutto decisamente sfiancante), senza contare “l’unica” realtà che si lasciava alle spalle, comunque dava senso ad un concetto utile: l’esperienza la si matura proprio nel confronto con “nuove” realtà e soprattutto nella difficoltà d’interpretazione delle stesse.. tanto è vero che la massima decisamente ridondante di quei giorni era “tutta questa noia ha partorito una pazienza dagli occhi clinicamente attenti ad ogni sfumatura”; il paradosso, se possibile, sta proprio nell’attenzione a ogni dettaglio che il più delle volte si rivelava essere negativo. Alcune discussioni via chat sono emblematiche in questo senso: dopo un mese scarso di vita a Madrid si creava l’opportunità di un week end-rientro a Roma che per questioni burocratiche è svanito; la razionalizzazione del fatto ha portato a speculazioni più che motivanti… in frasi come:
“per quanto assurdo come concetto, il fatto di tornare sarebbe stata una sorta di autocommiserazione (…) ho bisogno di vedere fino a che punto posso arrivare! mi piace pensare di esserlo veramente il voyeur che ho sempre detto di essere, quindi non voglio tornare finché non raggiungo un equilibrio, e con me e col posto (…) in futuro tornare sarà molto dura soprattutto nel primo approccio, e questo proprio perchè mi sono scontrato con l’immaturità di chi è dipendente da ciò che conosce, di uno che trova immensa difficoltà non tanto ad assecondare, quanto ad apprezzare le potenzialità di una nuova realtà, per quanto poi non è detto che tutto debba essere necessario o semplicemente utile (…) assecondare! questo è un mio grande limite, perchè a questo punto non credo di aver mai sperimentato il concetto di comunione, tutt’al più la do calla! e questo con le persone come con le circostanze che vivo.. nella massima “l’importante è non avere problemi con niente e nessuno” e così probabilmente non si urla mai quello che si pensa e peggio ancora non si accetta la diversità degli altri (…) è anche vero che questo periodo mi ha un indebolito, sono iperricettivo e qualsiasi cosa mi succeda non la vivo in maniera naturale, continuando a mortificarmi e giudicarmi.. a darmi il voto insomma, senza vivere, anzi! più che mai sceneggiando cosa fare; probabilmente questo è lo scotto che deve pagare chi si sradica troppo tardi dal suo contesto naturalmente infantile”.
Allo stesso tempo nel continuo violentarsi fuori dal proprio “contesto naturalmente infantile” si scoprono tratti della propria identità, territoriale come storica, che neanche erano sopiti, ma che semplicemente non esistevano! Detto molto scheletricamente wikipedia e youtube sono stati una risorsa mai vista sotto questa prospettiva: un cordone ombelicale per la sperimentazione di suggestioni del sé che alimentavano un orgoglio sintetizzabile nella parola, mai così consistente, “radici”; lettura di poesie e visione di video squisitamente romani non hanno scaturito pensieri  tipo “io sono di questo posto.. che bello” bensì “ sono orgoglioso di essere di questo posto grazie a chi prima di me ha contribuito a renderlo tale” innescando una riflessione sul sentimento d’appartenenza che solo il concetto di comunità riesce a rendere così paticamente forte.
In questo c’è anche il fatto di non aver potuto godere del delirio sereno che si vive in una città fuori da ogni dogma etico e morale che rappresenti un limite se non quello della civile convivenza: Madrid è sicuramente una città stupenda sia per i suoi ritmi di vita che per le persone che la abitano, ma trovarcisi in “cattività” ti fa diventare molto rigido; non poter fruire la città con uno zoccolo duro di compagnie (che poi è sicuramente un limite anche questo.. non “buttarsi” da soli) mi ha irrimediabilmente spinto a demonizzarla in maniera spaventosamente bigotta, come a giustificarmi in un certo senso. I Madrileni sono molto liberi, dinamici e “affamati” di novità tout court, relazionali come culturali.. senza fermarsi a “razionalizzare il passato per costruire un miglior futuro” ma semplicemente vivendosi l’hic e nunc come sinceramente mi piacerebbe fare. Di contro un concetto che ho sempre disprezzato “la coerenza è sinonimo di mediocrità” qui mi ha più volte perseguitato: una serie di circostanze non mi hanno fatto vivere come avrei voluto il tutto, quindi questo tutto era sbagliato, col modello italiano visto come migliore solo perchè vissuto più liberamente.
Come dire.. volendo tirare una massima si sta parlando di assuefazione, in negativo come in positivo,  a qualsiasi contesto; proprio ciò non può che lasciar riflettere su molteplici aspetti dell’appercezione della propria identità: chi sono, che faccio e come mi muovo per migliorare e accrescermi.. dove sto andando insomma! E certo perchè è anche fisiologico, per ripeterci, che ci si adagi su ciò che si ha costruito, per quanto molto spesso ciò che si ha è solo la cosa meno difficile, la cosa che permette di distogliere lo sguardo da ciò che bisognerebbe fare, ovvero chiedersi se ciò che si fa è giusto; l’esperienza e le competenze acquisite dove ci trascinano, in cosa ci mutano e perchè ci lasciamo guidare. E’ necessario cambiare! o, se indispensabile, almeno lasciarsi manipolare da un “burattinaio che abbia un vero cappello a cilindro e non pensare che i soldi facili abbiano esito”!
Però allo stesso tempo così facendo non ci si muove veramente, ma si sceglie di voler far qualcosa tra pro e contro; spesso si mescola raziocinio e instintività con la seconda che si ritrova immobilizzata nel corpo di chi per “evoluzione”, si è ritrovato a essere freddo, incostante, egoista e cinico nonostante l’unica cosa vorrebbe è la serenità.

PS …ma il fallimento è tutt’altra cosa: un treno che deraglia? ridagli un binario va!?

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KING CRIMSON “I talk to the wind” 1969

Disse l’uomo onesto all’uomo in ritardo
Dove sei stato?
Sono stato qui e sono stato lì
E sono stato in mezzo

Parlo al vento
Le mie parole sono spazzate via
Parlo al vento
Il vento non sente
Il vento non può sentire

Sono fuori e guardo dentro
Cosa vedo?
Tanta confusione, disillusione
Tutta intorno a me

Tu non mi possiedi
Non mi impressioni
Disturbi solo la mia mente
Non puoi istruirmi o controllarmi
Esaurisci il mio tempo

Parlo al vento
Le mie parole sono spazzate via
Parlo al vento
Il vento non sente
Il vento non può sentire

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