QUELLA SUBLIME E PERTURBANTE LOGICA FUZZY

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Credo che il cervello umano, lungi dall’operare mediante i sillogismi di Aristotele o con la precisione di un computer, sia ben più caotico, e credo anche che siano finiti i giorni del ragionamento simbolico dei programmi dei computer a “intelligenza artificiale”. Sono stati spenti con Hal, il computer di 2001: Odissea nello spazio, il film del 1968. Quando in Terminator II il cyborg Arnold Schwarzenegger ci dice di poter apprendere nuovi comportamenti poiché “il mio CPU è un processore a rete neurale, un computer capace di apprendimento”, non intende un Aristotele in scatola». Bart Kosko, 1993
«Non solo l’Intelligenza Artificiale, ma anche tutta l’alta tecnicità illustra il fatto che, dietro i suoi doppi e le sue protesi, i suoi cloni biologici e le sue immagini virtuali, l’essere umano ne approfitta per scomparire. E così la segreteria telefonica dice: “Siamo assenti. Lasciate un messaggio…”. E così il videoregistratore collegato alla televisione s’incarica di vedere il film al nostro posto». Jean Baudrillard, 1995
L’aggettivo tedesco Unheimlich è comunemente tradotto in italiano con il termine perturbante. Altri significati potrebbero essere “inquietante”, “lugubre”, “sinistro”, “non confortevole”, “sospetto”, “ambiguo”, “infido”, termini che comunque identificano una sensazione d’insicurezza e turbamento provocata da cose, eventi, sensazioni o persone.
Nel 1919 Sigmund Freud, sente l’esigenza di scrivere su Il perturbante, per colmare un vuoto lasciato dalla ricerca estetica, «che preferisce occuparsi del bello e dell’attraente – ossia dei moti dell’animo positivi e delle condizioni e degli oggetti che ad essi danno vita – piuttosto che dei sentimenti contrari a questi, repellenti e penosi». Per chiarire il significato del termine unheimlich, Freud imbocca due strade: da un lato esplora il senso che l’evoluzione della lingua ha dato al termine perturbante, dall’altro fa riferimento a persone e a cose, a esperienze e situazioni, che evocano questo sentimento. Entrambe le strade conducono allo stesso significato: «il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare». Da un punto di vista linguistico la parola tedesca unheimlich (perturbante) è l’antitesi di heimlich (confortevole, familiare, da heim = casa). Ma il termine heimlich – dice Freud – sviluppa il suo significato in modo ambivalente, fino a coincidere in alcuni casi con il suo contrario, cioè con unheimlich. Questo conferma la definizione freudiana di “perturbante” come un sentimento che trae origine da qualcosa di familiare. Ma la ricerca di Freud si arricchisce ulteriormente passando in rassegna le persone, le cose, le impressioni, gli eventi e le situazioni capaci di generare un sentimento di questo tipo. La comparsa di personaggi a noi identici (sosia), il ritrovarsi casualmente per più volte consecutive nello stesso luogo, l’imbattersi ripetutamente nel “numero 62” nello stesso giorno, sono situazioni di fronte alle quali – per Freud – cresce un senso “perturbante”. Ma la difficoltà che emerge nello studio di questo sentimento è la reazione soggettiva, diversissima da individuo a individuo, che si ha di fronte ad un determinato avvenimento. Lo shock gioca un ruolo importante nello spaesamento che il perturbante è in grado di generare, ogni struttura razionale prevedibile viene a meno, lasciando l’individuo in balia degli eventi.
Questo sentimento è paragonabile alla destabilizzante casualità introdotta da internet e dai media digitali. Nell’epoca della comunicazione telematica «…non è più possibile stabilire un “centro” egemone, una configurazione non-ibrida, ma tutto è il risultato di una serie di innesti, contaminazioni, sovrapposizioni e intrecci multipli» dice Gaetano Chiurazzi. È interessante approfondire questa ipotesi per vedere come il venire meno di strutture razionali su cui saldare il proprio pensiero, ha fatto nascere, nell’era di internet, una nuova forma di sublime. Un sublime che nasce dalla crisi del simbolico, dall’indebolimento del soggetto individuale di fronte all’attuale situazione tecno-antropologica. La rinuncia al controllo, l’accoglimento della casualità, la debolezza del soggetto, la fine dello “stile”, sono tutte caratteristiche tipiche de Il sublime tecnologico.
Mario Costa sente l’esigenza di coniare questa espressione come comune denominatore di tutti quei fenomeni appartenenti all’ambito dell’Estetica della comunicazione. Questa nuova epoca dell’estetico, nata dalla post-modernità neo-tecnologica, partorisce una serie di fenomeni già preannunciati dalle avanguardie artistiche del Novecento, come l’interattività, la concezione autonoma dell’opera d’arte e la sparizione dell’autore.
Alla luce delle nuove scoperte tecnologiche, questi caratteri sono amplificati, sfociando in ricerche di comunicazione in tempo reale, davanti ai quali si prova una sensazione di smarrimento, di grandezza, di casualità incontrollata che costituisce un nuovo sentimento con cui misurarsi e da cui ricavare un’esperienza del sublime. Un sublime che da “naturale” (fine ‘700) – cioè connesso ai grandi spettacoli della natura (eruzioni vulcaniche) e alle grandi opere dell’uomo (piramidi egizie) – diventa “metropolitano” (nell’800), quando la macchina rappresenta il nuovo “eccesso” con cui misurarsi, e infine “tecnologico”, quando a provocare quella sensazione di “assolutamente grande” (Kant) è la neo-tecnologia comunicazionale (tv, telefax, tecnologie satellitari). Secondo Costa «la maggior parte degli artisti della comunicazione non ha spesso, in realtà, assolutamente nulla da comunicare. È per loro sufficiente costruire dei circuiti e delle interazioni diverse in modo tale da fare dello stesso “fruitore” il contenuto». È il caso delle “tessiture” telematiche di Roy Ascott, dei Graffiti Concerto di Marc Denjean, dei segni grafici inviati con il Minitel da Jean-Claude Anglade, dei campi magnetici di David Rokeby, del “braccio di ferro telefonico” di Norman White, del Satellite Arts Project di Kit Galloway e Sherrie Rabinowitz, dell’Hommage à Mondrian di Fred Forest e dello “scambio via satellite di immagini elettroniche del tramonto del sole” di Mitropoulos.
Questo nuovo sentimento sublime, generato dall’azione incontrollata e spaesante delle tecnologie informatiche, è il frutto della svolta post-strutturale, dell’eliminazione di ogni punto fermo a cui aggrapparsi per dare un ordine (strutture). Questo scenario caotico e irrazionale genera un sentimento perturbante capace di rendere misterioso ed emblematico ciò che si conosce e viceversa.
Al perturbante e al sublime è arrivato il momento di aggiungere un nuovo “elemento”, forse il più interessante, un termine prelevato dalla logica matematica reso accessibile ai non addetti ai lavori da Bart Kosko, che ha il merito di estendere il vocabolo al mondo della cultura e della filosofia.
Stiamo parlando della Logica Fuzzy, una logica polivalente, “vaga” (Bertrand Russell).
Nel 1965 Lotfi Zadeh scelse l’aggettivo “fuzzy” – piuttosto che quello tradizionale di “vago” – nel suo saggio Fuzzy Sets, ed il nome ebbe subito successo. Alla lettera, “fuzzy”, è traducibile con “coperto di pelo”, “lanuginoso”, quindi “sfumato”, “sfocato”, “chiaroscurale”. Ma nessuno dei termini è sostituibile a fuzzy in tutti i contesti, per questo motivo si tende solitamente a non tradurlo. La logica fuzzy tende al superamento della logica binaria di Aristotele, secondo la quale «il cielo è blu o non è blu; non può essere blu e non-blu. Non può essere A e non-A. Per più di duemila anni la “legge” di Aristotele è stato il parametro di ciò che era filosoficamente corretto» afferma Bart Kosko.
Anche oggi, il computer ragiona con la logica del “o bianco o nero”, programmando col codice binario “1 o 0”. «Ciononostante la fede binaria ha sempre sollevato dubbi, ha sempre prodotto una reazione critica, una sorta di opposizione logica e filosofica sotterranea. Budda visse in India cinque secoli prima di Gesù e due prima di Aristotele. Il primo passo del suo sistema dottrinario fu quello di sfondare il mondo verbale delle alternative “o bianco o nero”, di squarciare il velo bivalente e vedere il mondo com’è, pieno di “contraddizioni”, di cose e di non-cose, di rose che erano al tempo stesso bianche e rosse, di A e non-A». Kosko sostiene che non esistono fatti veri al 100% o falsi al 100%, non esiste una verità “bianca” o una verità “nera”, esiste invece una verità “grigia” o del “chiaroscuro” che segna il passaggio dalla bivalenza alla polivalenza.
Il grande paradosso sottolineato da Kosko è quello che lui chiama il problema della non-corrispondenza, cioè a un mondo polivalente (fuzzy) fa riscontro una descrizione di esso sostenuta dalla scienza, bivalente (non-fuzzy). È quindi messo in dubbio il ruolo della scienza, come pratica astratta non corrispondente al mondo reale. «Sapevo come applicare le regole della scienza ma non credevo che fossero vere», afferma Kosko.
Il problema della non-corrispondenza sembra risolversi in arte con l’avvento delle nuove tecnologie di comunicazione, capaci di un approccio polivalente, che non esclude nessuna possibilità a priori. La tendenza all’oggettività, la resa fedele degli eventi non filtrati dallo sguardo soggettivo di un autore, contribuiscono ad avvicinare la realtà alla sua descrizione, non più bivalente ma “grigia” o fuzzy. L’apertura al caso, l’accettazione di una verità multipla, la constatazione di contraddizioni non risolvibili, sono tutte tematiche prese in esame dall’arte degli ultimi decenni, in particolare dall’arte mediale.
Negli anni Novanta la logica fuzzy si afferma soprattutto in Estremo Oriente e in Giappone aprendo l’era dell’automazione commerciale “intelligente”. La teoria fuzzy, infatti, consente di costruire macchine con un elevato quoziente d’intelligenza meccanico, da applicare a elettrodomestici e prodotti industriali.
La logica fuzzy permette di far ragionare la macchina come il cervello umano, costruendo una rete neurale paracelebrale, cioè un sistema informatico che simula il modo di apprendimento del cervello. Applicata nella realtà, la logica fuzzy permette ai prodotti commerciali di “ragionare”, calibrando ogni loro funzione in base ai mutamenti esterni.
Qualche esempio. I frigoriferi di ultima generazione, fissano i tempi di sbrinamento e di raffreddamento in funzione dell’uso; una rete neurale impara le abitudini dell’utente e mette a punto in base a queste le regole da applicare. I televisori più evoluti, sistemano il colore e le caratteristiche dello schermo per ciascuna sequenza e stabilizzano il volume in funzione all’ubicazione nella stanza dello spettatore. Le macchine fotografiche o telecamere di nuova generazione fanno uso di una decina di regole per controllare l’autofocus dell’obiettivo; piccoli sensori elettrici misurano la chiarezza dell’immagine e le sue variazioni in più parti di essa.

Il mondo sembra quindi rispondere alla logica fuzzy, non ci sono sicurezze, non esiste la verità; vige la casualità, l’anarchia, il gioco. Le certezze sono sostituite dal sublime e dal perturbante che caratterizza la nostra realtà mediata dalle tecnologie.

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