In “analisi” su feisbuk o sfruttato!(?) da facebook

Leggi il post originale da unita

C’è chi ha un approccio più riservato e non pubblica fotografie e chi lo usa come strumento di promozione della propria immagine. C’è chi punta ad avere più amici possibili, anche se sono persone che non ha mai sentito nominare, e chi va in cerca solo e soltanto del compagno di banco delle elementari perso da anni nelle pieghe di una vita. Le attività che i circa 100 milioni di utenti (in Italia sono 1 milione) compiono sul sito Facebook sono tra le più varie, ma per tutti, ogni volta che si accede alla propria pagina, scattano le medesime domande: “Chi sei? Che cosa stai facendo?”. E così il social network più popolare del mondo (è recente il sorpasso su My Space) poco alla volta passa da strumento di comunicazione con gli altri a spiraglio di un dialogo aperto con se stessi.
Definirsi ogni mattina (o anche più spesso), ritrovare nella descrizione di chi siamo, o di quello che stiamo facendo, un senso più o meno compiuto, fa scattare riflessioni e ricerche che portano a volte l’utente molto lontano da quel “cazzeggio” che ci si aspettava al momento del log-in. Il fatto poi che le risposte a quelle domande una volta digitate siano immediatamente trasmesse a tutti i nostri “amici di Facebook” rende il tutto più intricato.
Di solito l’elaborazione gnoseologica-esistenziale arriva col tempo. All’inizio si scrive molto più banalmente «sto lavorando» oppure «vado a fare la spesa». Poi Giovanni scrive che «i panni non ha voglia di stenderli lui» e la nostra immaginazione corre a quell’interno famigliare. Nadia «si sente come un gatto schiacciato da una macchina», Marco «è in pena», Gianluca «ha bisogno di riprendersi la meraviglia» e sono sfoghi dolorosi e forse già per questo terapeutici. Manuela «pensa di non essere all’altezza», Giorgio invece si sente «un impiegatuccio di successo».
Dicono la verità? C’è dell’autocommiserazione o la necessità di sentirsi incoraggiati nelle sfide (o le sfighe) di tutti i giorni? «Mi fa pensare ad un vecchio programma per computer di una quindicina di anni fa che si chiamava “Elisa” e serviva a simulare un colloquio con uno psicanalista. Il programma non faceva altro che ribaltare con delle domande le affermazioni dell’utente: lui diceva “sto male” e il computer gli chiedeva “stai male? Perché stai male?”. Insomma, dava l’illusione di un dialogo e aveva effetti positivi insospettabili», spiega Maurizio Ferrarsi, professore di filosofia teoretica all’Università di Torino e autore di un saggio sull’ontologia degli oggetti quotidiani (Einaudi).
«Io finora ho resistito alle numerose richieste di miei amici di entrare in Facebook – racconta il filosofo – ma non tanto perché io sia diffidente nei confronti dello strumento, tutt’altro, ma sostanzialmente perché mi atterrisce la possibilità di dover passare ore a rispondere a tutte le richieste. È solo una questione di tempo. Ma Facebook dimostra ancora una volta e in maniera evidente quanto l’uomo senta il bisogno di rapporti sociali. Quanto sia confermata la definizione di Aristotele dell’uomo come “animale politico”».
Francesco Remotti è un antropologo, docente dell’Università di Torino, e in un suo libro del 2001 (Contro l’identità – Laterza) spiegava che «costruire l’identità è un’esigenza naturale dell’uomo, ricollegabile alla sua particolare struttura biologica, che ben lontano dall’immagine di base “rocciosa” e solida, risulta carente e insufficiente: tali limiti e carenze determinano i processi di elaborazione culturale, sociale e quindi anche identitaria». «Su Facebook il soggetto è indotto a scegliere un tratto o un elemento che lo faccia riconoscere dagli altri – ci spiega –. Perché tutti sentiamo il bisogno di entrare in una comunità, di sentirci “noi”. Che sia la famiglia, un partito, una tifoseria o un gruppo su Internet. Un tempo c’era il concetto di classe che era uno dei “noi” più solidi. Oggi nemmeno più i marxisti, se ancora ci sono, parlano più di classe, ma la necessità di ricorrere a un “noi” è rimasta. E in un periodo di impoverimento culturale e di disgregazione sociale, come quello nel quale viviamo, a questa necessità alcuni danno risposte anche aggressive, identitarie, razziste: il “noi” opposto a “loro”, agli stranieri».
Antonio Caronia, studioso di tecnologia e delle sue implicazioni sociali e attivo utente («mio malgrado», ci dice) di Facebook, sottolinea come il programma, con i continui inviti a lasciare commenti su se stessi e sugli altri, in realtà stimoli l’elaborazione del linguaggio. «Siamo all’eterna ricerca della nostra identità? Noi forse sì, ma il capitalismo post-fordista ha già trovato la nostra e ci ha trasformato in lavoratori occulti e non pagati. C’è una qualità linguistica nell’utilizzo della rete molto elevata. Su questo si basa il Web 2.0 ma tutta la massa di contenuti che vengono immessi ogni secondo nei social network è prodotta sostanzialmente da non professionisti. E i padroni della rete, loro sì professionisti, non devono far altro che sfruttarla commercialmente». Come reagire? «Non so se è meglio lasciare Facebook e costruire social network indipendenti o svolgere un lavoro critico dall’interno».

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: