Archivio per comunicazione

Come si fa a tornare bambini

Posted in Web e Comunicazione with tags , , , , , , , , on 17 gennaio 2012 by realuca

La tragedia di Costa Crociere ha tragicamente manifestato la necessità di tutti di commentare e speculare sull’accaduto: perché ci si sente in diritto di segnalare la propria presenza? oggi più che mai con i nuovi media si alimenta voyeurismo ed esibizionismo.. ma tutto questo è importante? quanto tempo si perde nei social media?

Eppure sentiamo ripetere di continuo che il sentimento di condivisione è economico ed etico, che è il principio secondo il quale sembrerebbe si stia costruendo il futuro dell’umanità; ma non è forse vero che questa forzata condivisione per strada si scontri con la legge del borgataro? non lottiamo quotidianamente per rubarci mille lire in tasca? È chiaro che i social media sono un ghiottissimo strumento di CRM per le aziende, che il web 2.0 ormai è sinonimo di imprescindibile canale da presidiare, ma è altrettanto vero che la rete equivale a sfruttamento, file sharing e crowdsourcing su tutti; tra l’altro è innegabile che la realtà condivisa soffre di un’evidente deriva oltranzista perché il web non crea opinione, piuttosto viene sfruttato dal mainstream per consolidarla, senza dimenticare che la percentuale più alta dell’utenza vive internet come semplice loisir e non come la tanto millantata sottocultura della democratizzazione del mondo.

Preferirei perdere il senso del tempo, non dar niente per scontato, essere incosciente e sorprendermi, ma i ricordi sedimentano e si trasformano in esperienza, e con essa ci si concentra sulle cose importanti: ma quali sono le cose importanti? Anch’io ho perso tempo, anch’io ho detto la mia, ma cos’è veramente importante? non è una questione di risultare brillanti o banali, è che andrebbe rispolverato un vecchio detto ed aspettare 30 secondi prima di aprire bocca: da bambini non si faceva a gara a chi piscia più lontano.

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Berlu-Sky!!

Posted in Web e Comunicazione with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 dicembre 2008 by realuca

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itresilvi

«Ma quale conflitto di interessi. La sinistra ha concesso a Sky per i rapporti che aveva con quella televisione il privilegio del 10 per cento dell’Iva. Abbiamo tolto quei privilegi e abbiamo fatto ritornare l’Iva a Sky uguale a quella di tutti gli altri».

E’ proprio questa la vera storia del trattamento fiscale agevolato per la pay tv? “L’espresso” ha fatto una piccola inchiesta per ricostruire la vicenda dello sconto dell’Iva a Telepiù, il primo nome della tv a pagamento che fu fondata dal gruppo Fininvest per essere ceduta prima a una cordata di imprenditori amici, poi ai francesi di Canal Plus e infine nel 2002 a Murdoch che la denominerà con il nome del suo gruppo: Sky.
Si scopre così che l’Iva agevolata sugli abbonamenti della pay-tv italiana è stata un trattamento di favore risalente al 1991 fatto dal ministero retto dal socialista Rino Formica e dal governo Andreotti a Silvio Berlusconi in persona. Non solo: dietro questo favore, secondo la Procura di Milano, c’era persino stato un tentativo di corruzione.
Nel 1997 Il pubblico ministero Margherita Taddei chiese il rinvio a giudizio per Berlusconi. Lo chiese anche sulla base di un fax che fu trovato durante una perquisizione. La missiva era opera di Salvatore Sciascia, allora manager Fininvest e oggi parlamentare del Pdl nonostante una condanna definitiva in un altro procedimento per le mazzette pagate dal gruppo alle Fiamme Gialle. Nel fax, diretto a Silvio Berlusconi, Sciascia chiedeva di spingere per far nominare alla Corte dei Conti il dirigente del ministero delle Finanze Ludovico Verzellesi, meritevole perché in precedenza si era speso per fare ottenere l’agevolazione dell’Iva al 4 per cento per Telepiù. In pratica, secondo la ricostruzione dei magistrati, la raccomandazione era il ringraziamento di Fininvest per il trattamento ricevuto.
Il fascicolo processuale però fu trasferito nella Capitale per competenza nel 1997. Nel 2000 il Gip Mulliri, su richiesta del procuratore di Roma Salvatore Vecchione e del pm Adelchi D’ippolito (oggi capo dell’ufficio legislativo del ministero dell’economia con Giulio Tremonti) archiviò tutto. Nessuna rilevanza penale, quindi. Ma restano i dati oggettivi sulla trattativa tra la Fininvest e il ministero per l’abbassamento dell’Iva sulla pay tv: dal 1991 al 1995 quando era controllata o partecipata dal gruppo Berlusconi, Telepiù ha goduto di un’aliquota pari al 4 per cento. Un’agevolazione che allora Berlusconi non considerava scandalosa. Mentre oggi definisce “un privilegio” l’aliquota più che doppia del 10 per cento.
L’innalzamento dal 4 all’attuale 10 per cento fu introdotto alla fine del 1995 nella legge finanziaria del Governo Dini. All’epoca i manager di Telepiù, scelti dal Cavaliere, salutarono così il provvedimento: «È l’ultimo atto di una campagna tesa a mettere in difficoltà la pay tv».

Il 25 ottobre del 1995, Mario Zanone Poma, (amministratore di Telepiù sin dalla sua fondazione) dichiarava alle agenzie di stampa: «L’innalzamento dell’aliquota Iva:
1) contraddice la sesta direttiva della Comunità Europea;
2) contraddice l’atteggiamento degli altri paesi europei verso aziende innovative quali le pay tv;
3) crea una grave discriminazione tra la pay-tv e il servizio televisivo pubblico».
In pratica il manager scelto da Berlusconi diceva le cose che oggi dicono gli uomini di Murdoch.

Effettivamente un ruolo dei comunisti ci fu. Ma a favore del Cavaliere.

Il Governo Dini voleva aumentare l’Iva fino al 19 per cento (come oggi vorrebbe fare Berlusconi) ma poi fu votato un emendamento di mediazione che fissò l’imposta al 10 per cento attuale. L’emendamento passò con il voto decisivo di Rifondazione Comunista: il suo leader dell’epoca, Fausto Bertinotti, in un ribaltamento dei ruoli che oggi appare surreale, fu duramente criticato dall’allora responsabile informazione del Pds (e attuale senatore del PD) Vincenzo Vita: «È squallido che Bertinotti abbia permesso un simile regalo a questo nuovo trust della comunicazione, figlio della Fininvest».

Il futuro è nella città dei single

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Nell’epoca dei vari “Yes, we can” e del bisogno di comunicare qualsiasi cosa a qualsiasi costo, nel contesto della crisi economica globale e del repentino cambiamento del clima, c’è in corso un’altra variazione nella società. Si prevede che nel futuro, non troppo lontano – 2026 –  un terzo degli abitanti dei paesi dell’Occidente vivrà da solo.

Ci saranno sempre più single felici alla ricerca di prodotti “mono” e di solitari spazi per singoli a dispetto di serene famiglie alla “Mulino Bianco” riunite attorno a tavoli abbondanti di cibo. Un cambiamento demografico che altererà il nostro modo di vivere e di lavorare, di rapportarci  con gli altri individui, ma soprattutto che cambierà il nostro rapporto con la città, con gli edifici, i prodotti e i servizi. Partendo da questa concezione dei single moderni e delle loro esigenze, due architetti olandesi KesslesKramer e Droog hanno collaborato per costruire una realtà dedicata ai “soli” single con le loro implicazioni sociali, legislative e ambientali.

Dal Giappone agli Stati Uniti, dall’Europa all’Oriente, ecco i moderni single: la vedova  e il divorziato, il professionista – di sesso maschile e femminile –  l’“uomo che non deve chiedere mai” e l’opportunista globale (l’eterno studente). E sono proprio loro che, per migliorare lo stile di vita, hanno bisogno di prodotti e concept ad hoc adatti a loro. Macchine con un sedile, letti a una piazza che si trasformano, cuffiette in cui si “ascolta” il silenzio, sedie volanti da appendere al balcone,  forniture per camere da single pronte in dieci minuti, vassoi che sono anche libri, poltrone e pupazzi per sentirsi meno soli mentre si dorme.

Filosofia al crollo e decollo degli avatar

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Un lungo arcano filosofico sull’identità e unità dell’io mai svelato. Fascio d’impressioni o frutto della memoria, superuomo o super partes, immagine divina o immagine terrena: questi sono i dilemmi. Essere e apparire, bianco e nero, bene e male: vero e proprio manicheismo storico. Alto e basso, maschi e femmina, biondo e bruno: in una parola “avatar”, ossia immagine scelta per rappresentarsi nel mondo virtuale del world wide web.
Al di là del bene e del male e dunque, al di là di ogni principio ontologico. Nel mondo come volontà e rappresentazione, è la realtà virtuale a offrire la possibilità di auto trasformare la propria identità e di configurare a piacimento il proprio io. Nel cyberspazio, l’avatar dimentica la filosofia tutta.
Veri e propri alter ego, gli avatar sono l’incarnazione fisica nell’era di Internet, regno di una moderna trasmigrazione delle anime. Amati e ricercati, personalizzati e particolari, gli avatar sono oramai diventati patrimonio dell’arte contemporanea. Usati come immagine personale nei forum, nelle messaggerie istantanee e nei giochi di ruolo, gli avatar permettono all’utente di praticare il proprio io, di essere “uno e molteplice”, “singolare e plurale” in un solo click, diventando personaggi di storie diverse e mostrando, così, la dialettica ricoueriana dell’identità come idem e ipse.  Soggetti, dunque, ad ogni tipo di  trasformazione e ad ogni genere di animazione, gli avatar sono le trasposizioni viventi dei gusti degli internauti, desiderosi di trasfigurare e di rendere fisica la propria personalità in forme e corpi immaginari, senza nessuna esclusione di gusti.

Un’esperienza nel mondo virtuale: il non-luogo della post-modernità dove milioni di persone si incontrano, costruiscono, commerciano e vivono assieme attraverso i propri avatar: alter ego digitali, strani cittadini di questi nuovi mondi.
Technoscapes (tecnorami-A.Appaduraj), movimenti di tecnologie che superando ogni confine, “forniscono risorse per l’immaginazione del sé come progetto sociale quotidiano”.

Web Tv: il futuro del Mainstream ancorato nel magma Webcontentisi

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E’ l’ambito di innovazione televisiva con il maggior fermento, come sottolinea il secondo Rapporto dell’Osservatorio del Politecnico di Milano sulle New Tv: nel 2008 le web tv hanno fatto segnare importanti passi avanti nel numero di operatori e di canali offerti al pubblico e nella raccolta di pubblicità. Un mercato emergente in cui si evidenziano tutte le caratteristiche di un nuovo business coniugato sul web. Come spesso accade da ormai quindici anni, il turnover su internet è molto alto: a fronte di un aumento di player e canali del 40% su base annua, si segna infatti una mortalità del 20% dei flussi esistenti nel 2007. L’anno in corso si chiude con un censimento di oltre 1000 canali, trasmessi da 500 operatori differenti. Attenzione ai numeri, però. Accessibile per definizione, il 40% dei canali ospitati sul web sono prodotti di scarsa qualità che non raggiungono il livello minimo di dignità editoriale, intesa come ripetitività e ricchezza del palinsesto dell’offerta. Il 29% dei canali disponibili oggi su internet è un flusso continuo, in calo rispetto al 36% di un anno fa, e solo il 9% è stato progettato e realizzato apposta per il web; gli altri sono canali già disponibili su altre piattaforme e trasposti in rete. Il restante 71% è costituito da contenuti on demand, sia generati dagli utenti (7%), sia realizzati da un soggetto editoriale (64%). È in questa categoria che si segnala un fenomeno significativo: l’aumento della presenza di aziende e Pubbliche Amministrazioni. Più di ogni altra piattaforma, infatti, internet è il fronte scelto per integrare e potenziare la propria comunicazione, per interagire con gli utenti e intercettare nuovi target di pubblico. Dati in crescita anche per quel che riguarda la raccolta pubblicitaria dedicata.
Il 60% dei canali nativi include iniziative di advertising, in crescita sul 52% di un anno fa; balza dal 12% al 37% il dato sui canali on demand con contenuto editoriale. Sfruttando la capacità di internet di aggregare contenuti, gli editori hanno inoltre iniziato a prevedere piattaforme aperte ai contributi degli utenti, portando l’offerta di UGC sui propri portali dal 5% al 16% del mercato. Ad ogni modo, il web si dimostra il contesto ideale per le sperimentazioni, sia sul lato produttivo sia su quello editoriale. “Ci piace vedere il fermento imprenditoriale e la vivacità innovativa che stanno caratterizzando in questo momento l’offerta di video sul web come un vero e proprio laboratorio in cui sperimentare nuovi concept”, sostiene Giovanni Toletti, responsabile della Ricerca. Strumenti come hyperlink, tag, related item rendono il flusso dinamico e modificabile a seconda delle scelte dell’utente, stravolgendo, di fatto, il concetto stesso di palinsesto. L’espressione di questo fenomeno più vicina all’esperienza classica di fruizione della TV sono i Personal Video Recorder integrati in alcune piattaforme IPTV o satellitari: librerie virtuali dei propri programmi preferiti, da organizzare in veri e propri canali personalizzati.
Nuove idee di TV, dunque, che domani potranno arricchire anche l’offerta dei broadcaster tradizionali. Senza contare che lo sbarco delle Web TV sui televisori è dietro l’angolo, trainato dallo sviluppo delle IPTV. Le premesse sono tutte nel lancio – negli Stati Uniti – del primo Widget Channel, iniziativa di Intel e Yahoo! che rende raggiungibili con il telecomando informazioni e funzioni delle community normalmente reperibili sul web: si possono già guardare in TV video pescati direttamente in rete, navigando o chattando sullo schermo anche mentre si guarda un programma. Più che un segnale, si tratta dell’affermazione di un nuovo paradigma: i canali nati per essere fruiti su un monitor hanno ora la possibilità di esprimersi anche di fronte a una sofa-audience, quel pubblico da divano tipicamente associato alla televisione analogica e, solo recentemente, a digitale terrestre e satellite. Un pubblico per definizione distante da tutto quello che è web-based.

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